SPETTACOLI IN SCENA STAGIONE 2025/2026

FALSTAFF
Falstaff – L’arte di farla franca è una riscrittura contemporanea liberamente tratta da Le allegre comari di Windsor di William Shakespeare e dal Don Giovanni di Molière, due grandi archetipi teatrali che qui si fondono in un’unica figura: quella dell’uomo che vive di parola, seduzione e menzogna, convinto di poter sfuggire per sempre alle conseguenze delle proprie azioni Sir John Falstaff è un affabulatore instancabile, un seduttore fuori tempo massimo, un debitore cronico che ha trasformato l’inganno in stile di vita. Gestore di un locale sull’orlo del fallimento, Falstaff attraversa il mondo con la stessa arroganza vitale del Don Giovanni molièriano e la vitalità sfrontata del personaggio shakespeariano: ride della morale, dell’onore, del destino e perfino della morte, confdando nella propria capacità di “farla franca”. Attorno a lui si muove una galleria di personaggi grotteschi e realistici insieme: servi complici e traditori, creditori manipolabili, mariti ossessionati dal possesso, e soprattutto due donne, Margaret e Alice, che incarnano l’intelligenza e la lucidità delle Comari di Shakespeare. Saranno proprio loro, come nelle Allegre comari di Windsor, a smascherare Falstaff, usando l’arma più temibile contro chi vive di vanità: il ridicolo. Come il Don Giovanni di Molière, Falstaff gioca su più tavoli contemporaneamente, intrecciando seduzioni, affari e menzogne, finché il passato non torna a reclamare il conto sotto forma di fantasmi, presagi e figure che sembrano emergere dall’aldilà. La commedia si tinge allora di ombre più profonde: dietro la risata affora la paura, dietro la spavalderia la solitudine. Tra comicità feroce e improvvise aperture poetiche, Falstaff – L’arte di farla franca racconta la parabola di un uomo che ha sfidato la vita come un gioco, fino a scoprire che l’unica posta che non può essere vinta è il tempo. Una commedia sul potere della parola, sull’inganno come linguaggio del mondo e sull’illusione, tipicamente umana, di poter vivere senza mai pagare il prezzo delle proprie scelte.
TITUS
Perché mettere in scena il Tito Andronico oggi? Cosa ci racconta? Nel tempo in cui viviamo, si tende a cercare il giusto eil colpevole, l'eroe e l'assassino, il simbolo del bene come il simbolo del male, come se nel nostro tempo le parole bene emale avessero ancora un senso. Ma dov'è che un buono diventa assassino? E dove il contrario? Da che punto la violenzapuò generare qualcosa di buono e fino a che punto siamo disposti a indagarci per saperlo? Popoli affiancati, cresciutisulla stessa terra, ma pronti a vendicarsi, giustizieri di paesi che impongono la pace torturando e vessando, padri e figliproprio come loro in qualche lager del mondo. Ci si abitua a tutto, perfino allaviolenza, alle barbarie, e sembra che laviolenza successiva sia sempre meno peggiore della precedente, perché è la violenza stessa che educa i nostri occhi anon sviare lo sguardo e la nostra morale a sprofondare in quel buco nero del “è giusto così”.Parliamo di una Roma antica, chiaramente, di un popolo germanico e di regine e tribuni, di imperatori e soldati. Maparliamo di stupri efferati, di umiliazioni e torture, di quel senso mostruoso di normalizzazione, quel sordo stridulo suonoche ovatta ogni grido di donna e di madre. Un bambino giace sulla pancia del proprio padre, una donna viene stupratanel corpo e nell'anima come bottino di guerra, un figlio morto per ogni proprio figlio caduto. Un codice così lontano, macosì mostruosamente vicino, così mostruosamente abituale. E allora il Tito va raccontato, va messo in scena, sperandoche almeno in quella strana architettura del teatro qualcuno possa gridare basta e indignarsi, perché questo è il limitepiù grande del nostro tempo: non ci indigniamo più davanti all'orrore e alle brutture del mondo. (D. Sacco)
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L'ANATRA
ALL'ARANCIA
L'anatra all’arancia è una commedia leggera, brillante, ma di difficile interpretazione attoriale. Richiede senso della misura e sottile gusto per il paradosso senza scadere nella caricatura. In tal senso Emilio Solfrizzi è stato perfetto: la sua falsa ingenuità permeata di ironia sorniona, la sua recitazione impostata su controtempi comici a effetto, le sue battute impostate sul sovvertimento della logica comune hanno dato allo spettacolo il giusto e appropriato tocco di brio. Carlotta Natoli: vivace, peperina, con l’aria da innocente furbetta e dai ritmi recitativi serrati e perfetti ci ha regalato un’interpretazione brillante di vera classe. Insomma: un’Anatra all’arancia spassosa e di gran classe. Merito anche dell’intelligente e accurata regia di Greg


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